lunedì 28 settembre 2020

I miei tre nomi: Luca, Michele, Maria #OraEtLabora

 Il giorno del mio Battesimo, il mio quinto giorno di vita (15 luglio 1963, Santa Prisca all'Aventino), mi sono stati imposti tre nomi. Anche se, causa virgola, ne porto civilmente uno solo, Luca, per me sono tali tutti e tre. Ci sono stati periodi della mia vita in cui mi firmavo con la sigla "LMM".

Per me sono alquanto significativi, sono un programma di vita. Ascolto e meditazione profonda della Parola di Dio (Maria), combattimento spirituale contro il mio peccato personale e contro il peccato di questo mondo (Michele), annuncio ed evangelizzazione con accento sulla Verità e sulla Misericordia (Luca).

Il nome Luca so che lo scelsero i miei genitori, assieme. Michele era il nome del mio nonno paterno, mai conosciuto (morì per malattia nel 1942, quando mio padre aveva appena sedici anni). Maria perchè era antico uso familiare (materno) metterlo a tutti i nuovi nati della famiglia, di qualsiasi sesso fossero.





Angeli e Arcangeli secondo Gregorio Magno #OraEtLabora

È da sapere che il termine «angelo» denota l'ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli.

 Per questo alla Vergine Maria non viene inviato un angelo qualsiasi, ma l'arcangelo Gabriele. Era ben giusto, infatti, che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi.

 A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. Nella santa città del cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguano le loro persone. Ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall'ufficio che esercitano.

Così Michele significa: Chi è come Dio?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio.

Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall'azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L'antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14, 13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all'Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all'estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l'arcangelo Michele, come è detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12, 7).

 A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell'umiltà per debellare le potenze maligne dell'aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero.

Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni.



Con gli angeli e gli arcangeli ti benediciamo Signore #OraEtLabora

 Glorifichiamo il Signore, adorato da infinite schiere di angeli e alla loro voce uniamo la nostra acclamando:

        Con gli angeli e gli arcangeli ti benediciamo, Signore.


O Dio, che hai ordinato agli angeli di custodirci nel nostro cammino,

- salvaci dalle insidie e dai pericoli.


Tu che riveli agli angeli la gloria del tuo volto,

- fa' che viviamo sempre alla luce della tua presenza.


Tu che un giorno renderai i tuoi figli simili agli angeli,

- donaci la castità del corpo e del cuore.


O Dio, fa' che il glorioso principe san Michele venga in aiuto al tuo popolo,

- e lo difenda contro Satana e i suoi alleati.



I Santi Arcangeli in breve #OraEtLabora

Nell’Antico Testamento, il profeta Daniele chiama San Michele il principe protettore degli ebrei. È il principe della milizia celeste, guerriero e protettore non solo di ogni credente, ma di tutta la santa Chiesa contro nemici terreni e infernali. Vediamo la sua lotta descritta nel libro dell’Apocalisse: “E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel cielo.” (Ap 12, 7-8). Il vincitore del male è il nostro alleato nella lotta quotidiana contro le forze del male e guida anche l’anima nel momento decisivo della morte.


Gabriele significa “Forza di Dio” o “Dio è la mia protezione”. Il suo nome è citato due volte nella profezia di Daniele. È il messaggero per antonomasia: fu lui ad annunciare la nascita di Giovanni Battista e, ancor di più, il più grande di tutti gli annunci: la nascita di Gesù alla Vergine Maria. Fu lui ad ascoltare il “Fiat” di Maria, da cui il Verbo divino si fece carne. Avendo annunciato a Maria e agli umili pastori il grande mistero di Dio che diventa uomo, fino ad oggi questo Arcangelo ci parla del desiderio di Dio di trovare anche nella nostra vita e nei nostri cuori uno spazio per ricevere gli “annunci” divini per ognuno di noi.


Infine, abbiamo San Raffaele, il cui nome significa “Dio guarisce” o “Medicina di Dio”. Appare nell’Antico Testamento nel libro di Tobia. Ci sono innumerevoli ferite subite dall’umanità, in particolare la cecità che impedisce all’uomo di vedere Dio stesso, il quale in molti modi desidera rivelare il Suo amore fedele all’uomo.



giovedì 17 settembre 2020

Lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali sulla celebrazione della liturgia

Lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali sulla celebrazione della liturgia durante e dopo la pandemia del covid-19

12 settembre 2020

La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha inviato ai presidenti delle Conferenze episcopali una lettera — diffusa nella mattina di sabato 12 settembre — sulla celebrazione della liturgia durante e dopo la pandemia del covid-19. Ne pubblichiamo di seguito il testo in italiano.


La pandemia dovuta al virus Covid 19 ha prodotto stravolgimenti non solo nelle dinamiche sociali, familiari, economiche, formative e lavorative, ma anche nella vita della comunità cristiana, compresa la dimensione liturgica. Per togliere spazio di replicazione al virus è stato necessario un rigido distanziamento sociale, che ha avuto ripercussione su un tratto fondamentale della vita cristiana: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20); «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (At 2, 42-44).

La dimensione comunitaria ha un significato teologico: Dio è relazione di Persone nella Trinità Santissima; crea l’uomo nella complementarietà relazionale tra maschio e femmina perché «non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2, 18), si pone in rapporto con l’uomo e la donna e li chiama a loro volta alla relazione con Lui: come bene intuì sant’Agostino, il nostro cuore è inquieto finché non trova Dio e non riposa in Lui (cfr. Confessioni, I, 1). Il Signore Gesù iniziò il suo ministero pubblico chiamando a sé un gruppo di discepoli perché condividessero con lui la vita e l’annuncio del Regno; da questo piccolo gregge nasce la Chiesa. Per descrivere la vita eterna la Scrittura usa l’immagine di una città: la Gerusalemme del cielo (cfr. Ap 21); una città è una comunità di persone che condividono valori, realtà umane e spirituali fondamentali, luoghi, tempi e attività organizzate e che concorrono alla costruzione del bene comune. Mentre i pagani costruivano templi dedicati alla sola divinità, ai quali le persone non avevano accesso, i cristiani, appena godettero della libertà di culto, subito edificarono luoghi che fossero domus Dei et domus ecclesiae, dove i fedeli potessero riconoscersi come comunità di Dio, popolo convocato per il culto e costituito in assemblea santa. Dio quindi può proclamare: «Io sono il tuo Dio, tu sarai il mio popolo» (cfr. Es 6, 7; Dt 14, 2). Il Signore si mantiene fedele alla sua Alleanza (cfr. Dt 7, 9) e Israele diventa per ciò stesso Dimora di Dio, luogo santo della sua presenza nel mondo (cfr. Es 29, 45; Lv 26, 11-12). Per questo la casa del Signore suppone la presenza della famiglia dei figli di Dio. Anche oggi, nella preghiera di dedicazione di una nuova chiesa, il Vescovo chiede che essa sia ciò che per sua natura deve essere:


«[...] sia sempre per tutti un luogo santo [...].

Qui il fonte della grazia lavi le nostre colpe,

perché i tuoi figli muoiano al peccato

e rinascano alla vita nel tuo Spirito.

Qui la santa assemblea

riunita intorno all’altare,

celebri il memoriale della Pasqua

e si nutra al banchetto della parola

e del corpo di Cristo.

Qui lieta risuoni la liturgia di lode

e la voce degli uomini si unisca ai cori degli angeli;

qui salga a te la preghiera incessante

per la salvezza del mondo.

Qui il povero trovi misericordia,

l’oppresso ottenga libertà vera

e ogni uomo goda della dignità dei tuoi figli,

finché tutti giungano alla gioia piena

nella santa Gerusalemme del cielo».


La comunità cristiana non ha mai perseguito l’isolamento e non ha mai fatto della chiesa una città dalle porte chiuse. Formati al valore della vita comunitaria e alla ricerca del bene comune, i cristiani hanno sempre cercato l’inserimento nella società, pur nella consapevolezza di una alterità: essere nel mondo senza appartenere a esso e senza ridursi a esso (cfr. Lettera a Diogneto, 5-6). E anche nell’emergenza pandemica è emerso un grande senso di responsabilità: in ascolto e collaborazione con le autorità civili e con gli esperti, i Vescovi e le loro conferenze territoriali sono stati pronti ad assumere decisioni difficili e dolorose, fino alla sospensione prolungata della partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia. Questa Congregazione è profondamente grata ai Vescovi per l’impegno e lo sforzo profusi nel tentare di dare risposta, nel modo migliore possibile, a una situazione imprevista e complessa.


Non appena però le circostanze lo consentono, è necessario e urgente tornare alla normalità della vita cristiana, che ha l’edificio chiesa come casa e la celebrazione della liturgia, particolarmente dell’Eucaristia, come «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza» (Sacrosanctum Concilium, 10).


Consapevoli del fatto che Dio non abbandona mai l’umanità che ha creato, e che anche le prove più dure possono portare frutti di grazia, abbiamo accettato la lontananza dall’altare del Signore come un tempo di digiuno eucaristico, utile a farcene riscoprire l’importanza vitale, la bellezza e la preziosità incommensurabile. Appena possibile però, occorre tornare all’Eucaristia con il cuore purificato, con uno stupore rinnovato, con un accresciuto desiderio di incontrare il Signore, di stare con lui, di riceverlo per portarlo ai fratelli con la testimonianza di una vita piena di fede, di amore e di speranza.


Questo tempo di privazione ci può dare la grazia di comprendere il cuore dei nostri fratelli martiri di Abitene (inizi del iv secolo), i quali risposero ai loro giudici con serena determinazione, pur di fronte a una sicura condanna a morte: «Sine Dominico non possumus». L’assoluto non possumus (non possiamo) e la pregnanza di significato del neutro sostantivato Dominicum (quello che è del Signore) non si possono tradurre con una sola parola. Una brevissima espressione compendia una grande ricchezza di sfumature e significati che si offrono oggi alla nostra meditazione:


— Non possiamo vivere, essere cristiani, realizzare appieno la nostra umanità e i desideri di bene e di felicità che albergano nel cuore senza la Parola del Signore, che nella celebrazione prende corpo e diventa parola viva, pronunciata da Dio per chi oggi apre il cuore all’ascolto;


— Non possiamo vivere da cristiani senza partecipare al Sacrificio della Croce in cui il Signore Gesù si dona senza riserve per salvare, con la sua morte, l’uomo che era morto a causa del peccato; il Redentore associa a sé l’umanità e la riconduce al Padre; nell’abbraccio del Crocifisso trova luce e conforto ogni umana sofferenza;


— Non possiamo senza il banchetto dell’Eucaristia, mensa del Signore alla quale siamo invitati come figli e fratelli per ricevere lo stesso Cristo Risorto, presente in corpo, sangue, anima e divinità in quel Pane del cielo che ci sostiene nelle gioie e nelle fatiche del pellegrinaggio terreno;


— Non possiamo senza la comunità cristiana, la famiglia del Signore: abbiamo bisogno di incontrare i fratelli che condividono la figliolanza di Dio, la fraternità di Cristo, la vocazione e la ricerca della santità e della salvezza delle loro anime nella ricca diversità di età, storie personali, carismi e vocazioni;


— Non possiamo senza la casa del Signore, che è casa nostra, senza i luoghi santi dove siamo nati alla fede, dove abbiamo scoperto la presenza provvidente del Signore e ne abbiamo scoperto l’abbraccio misericordioso che rialza chi è caduto, dove abbiamo consacrato la nostra vocazione alla sequela religiosa o al matrimonio, dove abbiamo supplicato e ringraziato, gioito e pianto, dove abbiamo affidato al Padre i nostri cari che hanno completato il pellegrinaggio terreno;


— Non possiamo senza il giorno del Signore, senza la Domenica che dà luce e senso al succedersi dei giorni del lavoro e delle responsabilità familiari e sociali.


Per quanto i mezzi di comunicazione svolgano un apprezzato servizio verso gli ammalati e coloro che sono impossibilitati a recarsi in chiesa, e hanno prestato un grande servizio nella trasmissione della Santa Messa nel tempo nel quale non c’era la possibilità di celebrare comunitariamente, nessuna trasmissione è equiparabile alla partecipazione personale o può sostituirla. Anzi queste trasmissioni, da sole, rischiano di allontanarci da un incontro personale e intimo con il Dio incarnato che si è consegnato a noi non in modo virtuale, ma realmente, dicendo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6, 56). Questo contatto fisico con il Signore è vitale, indispensabile, insostituibile. Una volta individuati e adottati gli accorgimenti concretamente esperibili per ridurre al minimo il contagio del virus, è necessario che tutti riprendano il loro posto nell’assemblea dei fratelli, riscoprano l’insostituibile preziosità e bellezza della celebrazione, richiamino e attraggano con il contagio dell’entusiasmo i fratelli e le sorelle scoraggiati, impauriti, da troppo tempo assenti o distratti.


Questo Dicastero intende ribadire alcuni principi e suggerire alcune linee di azione per promuovere un rapido e sicuro ritorno alla celebrazione dell’Eucaristia.


La dovuta attenzione alle norme igieniche e di sicurezza non può portare alla sterilizzazione dei gesti e dei riti, all’induzione, anche inconsapevole, di timore e di insicurezza nei fedeli.


Si confida nell’azione prudente ma ferma dei Vescovi perché la partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia non sia derubricata dalle autorità pubbliche a un “assembramento”, e non sia considerata come equiparabile o persino subordinabile a forme di aggregazione ricreative.


Le norme liturgiche non sono materia sulla quale possono legiferare le autorità civili, ma soltanto le competenti autorità ecclesiastiche (cfr. Sacrosanctum Concilium, 22).


Si faciliti la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni, ma senza improvvisate sperimentazioni rituali e nel pieno rispetto delle norme, contenute nei libri liturgici, che ne regolano lo svolgimento. Nella liturgia, esperienza di sacralità, di santità e di bellezza che trasfigura, si pregusta l’armonia della beatitudine eterna: si abbia cura quindi per la dignità dei luoghi, delle suppellettili sacre, delle modalità celebrative, secondo l’autorevole indicazione del Concilio Vaticano II: «I riti splendano per nobile semplicità» (Sacrosanctum Concilium, 34).


Si riconosca ai fedeli il diritto di ricevere il Corpo di Cristo e di adorare il Signore presente nell’Eucaristia nei modi previsti, senza limitazioni che vadano addirittura al di là di quanto previsto dalle norme igieniche emanate dalle autorità pubbliche o dai Vescovi.


I fedeli nella celebrazione eucaristica adorano Gesù Risorto presente; e vediamo che con tanta facilità si perde il senso della adorazione, la preghiera di adorazione. Chiediamo ai Pastori di insistere, nelle loro catechesi, sulla necessità dell’adorazione.


Un principio sicuro per non sbagliare è l’obbedienza. Obbedienza alle norme della Chiesa, obbedienza ai Vescovi. In tempi di difficoltà (ad esempio pensiamo alle guerre, alle pandemie) i Vescovi e le Conferenze Episcopali possono dare normative provvisorie alle quali si deve obbedire. La obbedienza custodisce il tesoro affidato alla Chiesa. Queste misure dettate dai Vescovi e dalle Conferenze Episcopali scadono quando la situazione torna alla normalità.


La Chiesa continuerà a custodire la persona umana nella sua totalità. Essa testimonia la speranza, invita a confidare in Dio, ricorda che l’esistenza terrena è importante, ma molto più importante è la vita eterna: condividere la stessa vita con Dio per l’eternità è la nostra meta, la nostra vocazione. Questa è la fede della Chiesa, testimoniata lungo i secoli da schiere di martiri e di santi, un annuncio positivo che libera da riduzionismi unidimensionali, dalle ideologie: alla preoccupazione doverosa per la salute pubblica la Chiesa unisce l’annuncio e l’accompagnamento verso la salvezza eterna delle anime. Continuiamo dunque ad affidarci con fiducia alla misericordia di Dio, a invocare l’intercessione della beata Vergine Maria, salus infirmorum et auxilium christianorum, per tutti coloro che sono provati duramente dalla pandemia e da ogni altra afflizione, perseveriamo nella preghiera per coloro che hanno lasciato questa vita, e al contempo rinnoviamo il proposito di essere testimoni del Risorto e annunciatori di una speranza certa, che trascende i limiti di questo mondo.


Dal Vaticano, 15 agosto 2020 Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria


Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa il 3 settembre 2020, al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha approvato la presente Lettera e ne ha ordinato la pubblicazione.




Robert Cardinale Sarah

Prefetto


Prot. n.432/20

martedì 15 settembre 2020

Deus, qui humánæ substántiæ dignitátem mirabíliter condidísti, et mirabílius reformásti #OraEtLabora #Maranathà

Deus, qui humánæ substántiæ dignitátem mirabíliter condidísti, et mirabílius reformásti: da nobis per huius aquae et vini mystérium, eius divinitátis esse consórtes, qui humanitátis nostrae fieri dignátus est párticeps, Iesus Christus Fílius tuus Dóminus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia saécula saeculórum. Amen. 

O Dio, che in modo meraviglioso creasti la nobile natura dell'uomo, e piú meravigliosamente ancora l'hai riformata, concedici di diventare, mediante il mistero di quest'acqua e di questo vino, consorti della divinità di Colui che si degnò farsi partecipe della nostra umanità, Gesú Cristo tuo Figlio, Nostro Signore, che è Dio e vive e regna con Te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Cosí sia. 


Come è meravigliosa, o mio Dio, la preghiera che il tuo Sacerdote recita nell’atto di infondere alcune stille d’acqua nel vino! Ci ricorda anzitutto la dignità della natura umana: humanae substantiae dignitatem, opera mirabile della tua sapienza e della tua potenza infinita: mirabiliter condidisti. Il corpo stesso dell’uomo è un miracolo di sapienza, che da sé e solo canta la gloria del Creatore, meglio che gli astri del cielo coi loro fulgori: molto più l’anima umana, anche solo considerata nell’ordine naturale, attesta stupendamente le magnificenze del Signore, perché ne rispecchia la luce intellettuale piena d’amore.

Ma molto più mirabile è la formazione dell’uomo, mirabiliter condidisti, se penso che nell’atto stesso di crearlo, Tu, o Signore, gli hai infuso la grazia, ineffabile partecipazione della tua natura, stupenda espansione della tua vita divina. Per mezzo della grazia, la Trinità Santissima prese ad inabitare nell’anima umana, elevandone tutte le attività ad un ordine superiore e veramente divino; il cui termine doveva essere la beatitudine stessa di cui Dio è beato.

Ah! Mio Signore, hai tanto amato l’uomo che nell’atto stesso di crearlo, gli hai detto: “Ego ero merces tua magna nimis” (Gn 15,1): la tua intelligenza sarà saziata dalla luce mia infinita, il tuo cuore si delizierà, s’inebrierà del mio amore, della mia gioia infinita.

 Ma purtroppo l’uomo ben presto rinunciò ai doni ineffabili della tua liberalità, o mio Dio! E divenendo schiavo del peccato, non solo perdette gli ineffabili doni della tua grazia, ma venne meno anche alla tua stessa dignità: l’anima si perdette nelle tenebre di errori infiniti; e il corpo divenuto strumento di corruzione, travolse l’uomo nell’abiezione della morte. Tu avresti potuto abbandonare questa ingrata creatura nell’abisso dei mali in cui si era precipitata allontanandosi da Te.

Invece ne hai avuto pietà: mirabilibus reformasti, ed in un modo ancor più mirabile hai ricostruito l’umana natura. O Ricostruttore, o Riparatore divino, o mio Gesù, ti benedico e ti ringrazio con tutto il mio cuore, perché ti sei degnato di abbassarti a questa povera tua creatura, e in un eccesso d’amore infinito, l’hai voluta abbracciare con un intimo, indissolubile amplesso, nell’Umanità tua Sacrosanta. Hai voluto proprio assumere nella tua stessa divina Persona: propter nos homines et propter nostram salutem descendit de coelo et incarnatus est: e perché l’uomo ridiventasse Dio, Tu stesso, o mio Dio, sei diventato uomo: Deus factus est homo, ut homo fieret Deus (Sant’Agostino).

Chi mai avrebbe potuto sospettare un simile pensiero d’amore? Per gli Angeli stessi fu mistero inaccessibile: per molti fu occasione di scandalo e di rovina. Ma Tu, o Signore, hai voluto lasciare le novantanove pecorelle dell’ovile celeste, cioè gli Angeli del cielo, per rintracciare questa povera pecorella umana, smarrita nei sentieri tortuosi della colpa. In questo momento il tuo sacerdote, infondendo alcune gocce d’acqua nel vino del calice, esprime appunto l’unione stupenda della Umanità alla Divinità nella tua adorabile Persona. O magnum pietatis Sacramentum! Io lo adoro in un’estasi di riconoscenza e di amore.

Ti sei tanto abbassato, o mio Dio, da voler partecipare della nostra umanità, humanitas nostrae fieri dignatus es particeps, per poterci elevare al consorzio della tua Divinità: divinitatis consortes. Ed in Te, o Signore, la nostra natura è già stata divinizzata in Te e per Te io posso ben dire che l’anima mia e il mio stesso corpo sono ammessi al consorzio della Divinità.

Di fatto non sei Tu, o Gesù, il mio Capo? Non sono io, quantunque sì miserabile, un vero tuo membro? Non mi hai Tu ammonito solennemente, per bocca di un tuo grande ministro: memento cuius capitis sis membrum? (San Leone Magno). Dunque se il mio Capo è divino, divino devo essere io pure, che sono suo membro.

Ma la condizione indispensabile perché in me pure possa compiersi un tanto mistero è espressa ancora nella infusione che il Sacerdote fa di alcune stille d’acqua nel vino che si contiene nel Calice. Quelle stille d’acqua rappresentano ancora, secondo l’insegnamento del tuo Santo Martire Cipriano, le mie pene, le mie lacrime; quel vino rappresenta il tuo Sangue, o Gesù!

È necessario che il mio sacrificio personale sia congiunto al tuo, perché in me si compia il mistero altissimo del consorzio con la Divinità.

Che cosa potranno essere mai, o Signore, i miei sacrifici anche più dolorosi, di fronte a quelli che Tu hai compiuto per me, e adesso rinnovi misticamente su questo altare? Eppure a quel modo che anche quelle stille d’acqua versate nel Calice, nel momento della consacrazione si muteranno nel vero tuo Sangue, così è vero, o Signore, che anche i miei piccoli sacrifici acquisteranno il valore del tuo grande Sacrificio; le mie sterili lacrime, il sangue del mio misero cuore, cose in sé di nessun valore, avranno il valore dello stesso tuo Sangue divino. Per questo appunto, Tu rinnovi il tuo Sacrificio su questo Altare, per valorizzare i miei poveri sacrifici, per dare ad essi una virtù divina.

Dunque il consorzio con la tua Passione è la condizione per cui io potrò raggiungere il consorzio della tua Divinità. Solo distruggendo con Te e per Te il corpo del peccato (Rm 6,6), potrò ricostruire in me l’opera stupenda della tua grazia e del tuo amore.


da Ripariamo!
di P.Giuseppe M. Petazzi SJ
S. Lega eucaristica, Milano 1933

domenica 13 settembre 2020

Cristo é Incarnazione. Altro che mascherina... #OraEtLabora #Maranathà

Il cristianesimo è l'essere Cristo.

Cristo è quello che tocca i lebbrosi, tocca e si lascia toccare dalle donne impure, resuscita i morti, toglie loro le bende pure se puzzano perchè sono quattro giorni che stanno là!
Altro che mascherina, altro che COVID, o H1N1 o la prossima che ci rifileranno.

Cristo è Incarnazione!

Non mi meraviglia che invece i signori di questo mondo ci vogliamo asettici, intoccabili, distanti, lontani, che ci considerino pericolosi persino se a-sintomatici (ovvero se non abbiamo nulla!).

Il Santo dei Santi era intoccabile. Il Corpo di Cristo si lascia mangiare.
Meditateci sopra, in questa domenica, se vi resta tempo mentre magari, come me, preparate le mascherine obbligatorie per vostra figlia per l'indomani! Perché la scuola non è sicura di riuscire a fornirgliele. 6 mesi di lockdown o scuole chiuse! Perché i lavori non sono stati fatti allora? E le circolari per l'apertura arrivano il 12 settembre per il 14? Magari pure qualcosa oggi arriverà, chissà...

I miei tre nomi: Luca, Michele, Maria #OraEtLabora

 Il giorno del mio Battesimo, il mio quinto giorno di vita (15 luglio 1963, Santa Prisca all'Aventino), mi sono stati imposti tre nomi. ...